L’ALTRO TRAUMATICO

Il trauma è una ferita, una rottura rispetto al senso di continuità che pensavamo dovesse esserci.

Il trauma è improvviso, inaspettato e talvolta spietato.

Chi lo vive ha la percezione della propria innocenza, dell’arbitrarietà del fato, della crudeltà della storia.

Si impone, obbliga a considerarlo e fa soffrire.

La caratteristica dei traumi psicologici è che sono per lo più legati alle relazioni.

Ovvero sono io rapporto con un Altro, che sia persona, situazione o condizione dell’essere.

In fondo l’intera descrizione stadiale dello sviluppo umano postulato da Freud e poi ulteriormente spiegato, ampliato e reso ancor più comprensibile da altri grandi psicoanalisti a lui successivi, mostra come la crescita, la pienezza sperata e la maturità siano causate da delle discontinuità che emotivamente sono percepite come destabilizzanti e traumatizzanti.

Quindi il trauma ci appartiene. Senza quest’esperienza, che nella sua pienezza dev’essere pensata e compresa da adulti, non diventeremo mai pienamente ciò che siamo o ciò che potremmo essere.

Il trauma ha intimamente a che fare con il Noi; nessuno si traumatizza da solo ma bensì vi è sempre in gioco il rapporto esistente con l’Altro da me – ripeto – inteso sia come persona che come oggetto/condizione esistenziale.

Infatti anche un allucinazione o un delirio riguarda comunque la persona in rapporto con un Altro – enigmatico e persecutorio – che magari pur non esiste ma che, nella mente del delirante, è comunque percepito come un qualcuno che è oltre alla sua stessa identità.

O nelle dipendenze, sia a quelle legate all’utilizzo specifico di sostanze che a quelle relative a comportamenti che si vorrebbero evitare ma dai quali sembra non esserci scampo, la percezione è che ci sia una parte Altra , più potente della volontà e dell’autoconservazione, che comanda arbitrariamente e dispoticamente la vita.

Neanche i momenti forse dove il trauma è apparentemente solitario come gli incidenti è in realtà così perché poi si teme il ripetersi di una situazione o i mezzi diretti che l’hanno causata. Quindi è sempre Altro rispetto al soggetto.

Per esempio la paura di guidare, di prendere l’autostrada, di stare soli in auto, di prendere un aereo o di tornare in sella sono tutti segni di un qualche trauma -vissuto anche individualmente- ma che riempie la scena mentale di una certa invasività contraria alla volontà della persona e quindi percepita come parte estranea: l’Altro.

Ed è un Altro che chiede – reclama- di essere ascoltato. Non se ne può fare a meno.

Per qualche tempo si possono avviare delle strategie di evitamento ma è evidente che nella maggior parte dei casi sono dinamiche che non possono continuare nel tempo.

Si sta vivendo il trauma, un punto di rottura, ma questi è anche una fase di cambiamento.

Lungo l’articolo abbiamo quindi notato come il trauma abbia sempre a che fare con l’Altro, sia reale che fantasmatico.

L’Altro mentale, che abita l’animo, che si fa percepire e conoscere.

L’Altro assente, giudicante e perturbante.

Ma l’Altro sa anche essere motivante, riflettente e vero.

Sa presentare parti di mondo ignote, dimensioni dell’essere non ancora afferrate.

L’Altro è trauma ma può anche essere balsamo.

L’ABBANDONO

COME VIVERLO E COME EVITARLO (SE POSSIBILE)

Subire un abbandono o abbandonare qualcuno o qualcosa (come un ideale, un gruppo, un senso d’appartenenza etc.) è una delle esperienze più radicali che si possano vivere.

Ovviamente l’essere abbandonati è più sconcertante perché, percependo un rifiuto, viene così implicitamente esaltata una qualche inadeguatezza (o presunta tale) che può far sorgere talvolta anche un certo senso d’ingiustizia.

Ci si ritrova così passivi ed esposti ad eventi sui quali si ha la sensazione d’avere uno scarso controllo.

Inoltre l’essere abbandonati è spesso improvviso, lapidario e desertificante.

Che l’abbandono subito sia una persona che se ne va dalla nostra vita o un esclusione da una dinamica nella quale prima ci sentivamo partecipi rappresenta comunque una perdita nella nostra identità, di chi siamo nel mondo, dato che è anche lo sguardo dell’altro a raccontarci e a confermare chi siamo.

E’ questo un vuoto, una ferita, una mancanza di continuità dell’essere che con il tempo va necessariamente rimarginata e interiorizzata.

Anche abbandonare però non è sempre facile.

Il luogo comune, il pensiero di molti, fa quasi intendere che chi abbandona in realtà sia la parte più forte o che abbia almeno una situazione migliore alla quale approdare. Alcune volte è effettivamente così, ma talvolta, andando oltre la superficie delle cose, vi è altresì un vissuto sofferto, un sentirsi fuori luogo, straniero in patria, estraneo in casa e sconosciuto a chi ti è vicino.

Perché allora accade l’abbandono?

Lo sguardo dell’altro ci racconta e conferma chi siamo ma occorre anche affermare che certi cambiamenti nell’identità di una persona corrispondono necessariamente ad un mutamento relazionale.

E’ una chimera pensare all’identità come ad un qualcosa di granitico, irremovibile e sempre uguale a sé stessa.

Il tempo, le varie vicende vissute e patite, i livelli di consapevolezza raggiunti producono inevitabilmente e drammaticamente un nuovo modo di percepirsi a cui solo il soggetto protagonista, solo ciascuno per sé, può dare pienamente un senso d’unità.

Dentro a questo fluire di eventi cambiamo e con noi mutano le nostre esigenze esistenziali, tra cui le relazioni.

Certo, esistono dei principi etici a cui ciascuno può e deve far riferimento che effettivamente possono moderare lo strappo dato dall’identità sorgente ma a condizione di poter affermare che non è tanto la sfida del tempo che passa a minacciare una relazione ma quanto il non riconoscersi più come l’altro mi vede.

Per questo serve coscienza di sé e magari, se davvero si crede che la relazione possa sopravvivere, non vivere tanto nell’illusione allucinata del “ti conosco già” ma piuttosto aprirsi , curiosamente e creativamente, verso al nuovo che l’altro da me è diventato.

Non è tanto quindi un riscoprire l’altro (azione che inevitabilmente si radica nel passato ) ma piuttosto il desiderio conoscere quel qualcosa di nuovo che ora lo abita per poter così generare una linfa nuova nel presente della relazione.

INTERVISTA PRONTOPRO.IT

Ho avuto il piacere di rilasciare un’ intervista a propontopro.it, uno dei siti italiani più noti che da sempre monitora, aggiorna e orienta i propri utenti nella ricerca di un esperto adeguato in vari ambiti lavorativi. Di seguito, seguendo il link, può essere letta integralmente.

https://www.prontopro.it/vi/bassano-del-grappa/psicologo-e-coaching#pro-interview

TEMPO SOSPESO E TEMPO LIMITE

Il periodo nel quale ci troviamo a vivere è come un epoca sospesa; poche certezze, precarietà relazionale e continue minacce alla salute.

La pandemia Covid 19 ha colpito il mondo intero, nei casi peggiori direttamente riscontrando una positività al virus e negli altri piuttosto come un sentimento di preoccupazione costante che spesso è sfociata in stati ansiosi e depressivi ma anche in palesi gesti di disinteresse (per esasperazione) o addirittura in rabbia.

Questa vicenda entrerà sicuramente nei libri di storia anche se la valutazione che noi stessi daremo assieme ai posteri è ancora tutta da definire.

Attualmente, a pandemia in corso e in attesa di una probabile seconda ondata, ci si sente ancor più in uno stato di stallo esistenziale.

Chi deve cambiare qualcosa nella propria vita, qualsiasi cosa anche piccola, oggi aspetta.

Dall’automobile alla casa, dal lavoro fino agli interessi e il relax. Tutti aspettano, pochi intraprendono qualcosa di nuovo, anche perché di fatto è vietato o fortemente sconsigliato.

Nel frattempo notiamo anche i limiti della società dell’informazione: tante notizie e approfondimenti soggettivi e contraddittori tra loro sono diventati il nostro pane quotidiano. C’è chi addirittura si arrende e sceglie di non seguire più lo svilupparsi della vicenda.

C’è chi nega e chi vede complotti internazionali. C’è chi offre tempi quasi certi e speranza di soluzione e chi continua a sottolineare le mancanze del sistema. C’è chi piange un proprio caro morto a causa o con il Covid 19 e chi fa gesti plateali, organizzando persino feste ad hoc.

C’è il lavoratore in smart working e lo studente che perde la dinamica relazionale della scuola; ci sono poi le persone più avanti con gli anni che si trovano a sentirsi dire che sono deboli, più sensibili, anche se la loro salute è perfetta.

C’è chi vive in aree densamente abitate per cui il rischio di contagio è davvero alto e chi invece, nei piccoli paesi, si sente ancor più isolato di prima ma forse più protetto.

C’è chi misura quanto tempo potenzialmente il virus resiste sulle superfici e chi riutilizza troppe volte la stessa mascherina.

C’è chi scopre nuovi inimicizie (il vicino di casa rumoroso) e chi sente la mancanza dei propri cari che magari, essendo degenti in una RSA, non possono più avere quel minimo di relazione che già prima sembrava magari insufficiente.

Potrei continuare anche raccontando anche cose ironiche, ma il punto è: di tutta questa storia, di questo tempo assurdo e sospeso, cosa ne facciamo ora?

Martin Heidegger sottolineava come esistessero due modi per affrontare la vita: uno inautentico e l’altro autentico.

Quello inautentico è segnato dalla leggerezza, dal vivere alla giornata, dall’ovvietà, dal consumo delle cose del mondo, dal chiacchiericcio costante mentre quello autentico punta all’essenzialità del pensiero, alla meraviglia per il fatto che l’essere è e non può non essere.

La strada autentica si trova a dover affrontare le situazioni al limite e, in virtù di quest’esperienza, farsi coinvolgere da un esistenza più radicata, più saggia e quindi più degna e sensata.

Questa sensatezza ricercata e ritrovata trasforma il tempo sospeso in un tempo al limite capace di spingere la mente ed il cuore a profondità forse nuove.

LA FENICE: DAL MITO AL SIMBOLO

Una delle figure mitologiche più famose dell’occidente ellenistico è la Fenice. Un uccello dal piumaggio di sorprendente bellezza che, sentendo il sopraggiungere della morte, si crea un nido entro il quale avvolgersi per poi esporlo alla luce del sole per esserne incendiato; dalle sue ceneri emana un profumo soave ed esattamente da queste poi riesce a risorgere.

Il suo motto è: post fata, resurgo, normalmente tradotto con “dopo la morte risorgo”.

In realtà questa è una traduzione semplicista perchè la parola fatum in latino ha una traduzione molto più complessa e significa infatti: oracolo, predizione e morte ma anche destino, inteso come il corso effettivo, concreto e materiale, della vita.

Quindi, volendo una traduzione altrettanto letterale, sarebbe lecito intendere il motto della fenice così: “dopo il corso degli eventi della vita, risorgo, mi alzo ancora”.

Esiste inoltre una tradizione antica, ovvero l’associare alcuni ambienti della società alla fenice

Molti luoghi della cultura, biblioteche e teatri sono stati infatti posti sotto la “protezione” della Fenice: il teatro di Venezia è così chiamato ma anche il Louvre ha scolpite sulle facciate alcune fenici ed in innumerevoli biblioteche antiche ne possiamo trovare traccia.

Luoghi dove si contempla la musica, l’interiorità del sapere e la condivisione estetica sono tradizionalmente indicati come “ambienti da fenice” quasi a voler lasciare un messaggio: se la vita e i colpi del destino sono stati duri, se vuoi rialzarti punta allora su una conoscenza più elevata, mira alla bellezza e all’armonia. Assumi e comprendi il sapere antico e trova una sintesi con quanto stai vivendo facendolo rivivere nel tuo presente.

Entra nell’interiorità, prendi dimora e metti ordine. Nella disarmonia cerca armonia. Nella confusione cerca parole nuoveNella non conoscenza fa vibrare la tua interiorità.

Intuitivamente molte persone colgono il significato che la fenice porta con sè e che viene così ben manifestato nel suo simbolismo.

Accadono momenti nella vita nei quali occorrono sintesi nuove, in cui la consapevolezza acquisita si rivela insufficiente e si percepisce quindi la necessità esistenziale dell’oltre.

E si capisce che proprio in questo superamento delle proprie identificazioni e credenze accade una morte e una risurrezione, come nella fenice.

E’ la chiusura – preparata, accompagnata e non caotica –  delle vecchie procedure interiori (come la fenice che si prepara da sola il nido da incendiare) che fa così finalmente spazio al nuovo di sè.

Una descrizione suggestiva in fondo anche dell’esperienza analitica.

Post fata, resurgo.

LA LEGGE DELLA SOTTRAZIONE

Ci sono eventi nella vita, sia come individui che come collettività, che portano nel soggetto che li vive (o subisce) una domanda di significato.

“Che senso ha quello sto vivendo?”

Intuiamo in effetti che il dubbio, la privazione, il limite e anche il dolore possono assumere delle sfumature nuove se acquisiscono un senso.

Lo abbiamo imparato fin da piccoli: ci sono delle sofferenze che aiutano e anche se lì per lì nessuno vorrebbe viverle poi di fatto servono per la crescita personale.

Infatti i rifiuti che abbiamo subito, anche ingiustamente, ci hanno fatto capire la realtà.

Le ferite ci insegnano infatti a prenderci cura di noi e ad evitare i pericoli, diventando poi anche delle feritoie su cui interpretare la vita.

E poi i grandi della storia che hanno consegnato sé stessi per una causa superiore sono quegli esempi che giustamente ci sono stati messi davanti per farci capire una delle leggi implicite della vita, quella della sottrazione: talvolta occorre rimandare il piacere ed il proprio interesse immediato per progredire. Occorre togliere, resistere, stringere i denti e anche sentire la mancanza.

Ma, malgrado la nostra stessa esperienza e gli esempi che sono fonte d’ispirazione, tutto questo sembra non bastare sempre per non scoraggiarsi nelle avversità.

L’esistenza di ciascuno riserva luoghi ignoti, sorprendenti ed imprevedibili, nei quali la “legge del progresso per sottrazione” non solo non si presenta come indiscutibimente consolatoria ma, nel pieno del perturbante, sembra essere non più cosi sicura.

Certamente di grande aiuto possono essere le convinzioni circa il senso del vivere maturate precedentemente, sia di ordine filosofico che di carattere teologico; ma se queste non sono radicate su una personalità sufficientemente definita possono essere percepite, proprio nel momento in cui sono più necessarie, come false, ingiuste e ingannevoli. E così nascono, tra le varie reazioni possibili, anche degli stati depressivi, ansiosi, distruttivi e cinici.

Ovviamente ciascuno elabora liberamente -si spera!- i propri orientamenti esistenziali, anche a seguito della sintesi del vissuto in ordine sia del pensiero che dell’azione, ma per potersi sentire su una base sicura, capace effettivamente di dare senso al vissuto di privazione in atto, occorre compiere un cammino interiore di autenticità.

E’ il passaggio di consapevolezza dall’Io al Sé. L’Io può essere Falso, frutto di un economia interiore orientata all’adattamento all’ambiente e alle persone rilevanti da esso popolato. Ed è inevitabile.

Un bambino inizierà fin da subito a cercare di capire il luogo dove vive, d’interpretarlo, di trovare un posto nel mondo, d’interiorizzarne i valori e crescendo questo processo sarà sempre più sofisticato fino all’età adulta e così sorgerà l’Io. L’Io riceverà rinforzi continui dall’ambiente e si assumeranno vari ruoli in società coerenti con l’Io che con tanta fatica si è costruito

Ci si adatta quindi, magari credendo per davvero alle suggestioni e ai convincimenti ricevuti; ma se questi si radicano nell’Io e non nel Sé possono essere ininfluenti quando le necessità d’adattamento vengono superate e le condizioni d’ingaggio alla vita cambiano.

Tutto questo accade con maggior intensità se il presente altresì offre delle criticità da affrontare per le quali ci si chiede il senso. Ciò che l’Io ha appreso e che prima dava un qualche tipo di orientamento sembra non servire momentaneamente più a nulla.

E così si può correre nella posizione di pensiero opposta ma che, se ancora una volta viene radicata sull’Io, si rivela presto altrettanto inefficace. Oppure si può trovare rifugio nell’alienazione iniziando ad abusare delle cose del mondo, sia lecite che illecite, illudendo e/o stordendo sé stessi e vivendo, di fatto, in fuga.

Sono scelte di reazione alla desolazione interiore dell’Io, continuamente riempita da palliativi talvolta così raffinati da nascondere alla stessa persona interessata il vuoto esistenziale che l’avvolge. Questo nihil potrebbe essere non percepibile in sé anche per lungo tempo ma lo si vede comunque riflesso negli occhi di chi ci guarda, talvolta come condivisione dell’oscurità e altre come muto allontanamento per timore del precipizio.

Il Sè al contrario è una dimensione di totalità, pur sempre in divenire. E’ germinante, colorato e rasserenante. Stabile ma non immobile. Impetuoso e creativo ma rasserenato. Raggiungibile sempre a partire dalla demolizione del Falso Io.

Il Sè è la conditio per trovare una risposta adeguata e di senso nelle avversità ed è raggiungibile, anche senza essere mai del tutto afferrabile.

Mentre l’Io viene percepito come un monolite il Sè è più un fiume.

L’Io può essere una maschera figlia dell’adattamento che rende la vita, ben che vada, tiepida, il Sè appare come risolto e risoluto..

E a quel punto, se le necessità della vita dovessero imporre ancora la “Legge del progresso per sottrazione” questa diventerebbe allora più sopportabile e accettabile proprio perché la base su cui potrà poggiare sarà più solida e autentica.

DISTANZIAMENTO: DAL PROSSIMO AL PROSSIMALE

Distanziamento: dal prossimo al prossimale

Ormai conosciamo tutti cosa significhi il distanziamento; l’esperienza del Covid-19 ci ha fatto percepire, tra le varie, la portata esistenziale dello “stare lontani.”

In realtà questa è un’esperienza che purtroppo molte persone avevano già vissuto a causa di alcune patologie, sia di carattere mentale che fisico.

Oggi invece tutti la conoscono.

Distanziamento significa sia il doversi allontanare, mantenendo alcuni metri di distanza dall’altro, ma anche e specialmente dover iniziare a considerare l’altro come un potenziale pericolo per la propria salute.

Tornano così alla memoria le drammatiche parole  di E. Lévinas: “Il volto è ciò che non sì può uccidere o, almeno, ciò il cui senso consiste nel dire «tu non ucciderai» […] Il «tu non ucciderai» è la prima parola del volto, e si tratta di un ordine. Nell’apparizione del volto si trova un comandamento, come se mi parlasse un maestro. Nello stesso tempo, tuttavia, il volto di altri è spoglio: è il povero per il quale io posso tutto e al quale devo tutto.”

In questi giorni guardiamo all’altro e diciamo a noi stessi e a lui “tu non ucciderai” perché in noi abita qualcosa di prezioso: la vita.

La minaccia, il pericolo derivante dall’incontro, prima del distanziamento era un fenomeno raramente vissuto dalle persone e accadeva solo in situazioni limite; oggi invece la si percepisce in noi e nello sguardo dell’altro.

Ciascuno, inconsapevolmente e incolpevolmente, diventa in potenza “homo homini lupus ” (uomo  lupo per l’uomo), citando Thomas Hobbes.

La stessa comunicazione è andata poi invertendosi: oggi la gestualità della vicinanza, dell’affetto, della cura è paradossalmente il suo opposto. “Vuoi bene a qualcuno? Ti interessa incontrare e mostrare benevolenza?” – ci dicono- “ Bene! Stagli distante, non toccarlo e non respirare la sua aria!”

L’affetto si dimostra allontanandosi; peccato che la nostra struttura psicofisica sia fatta per l’esatto opposto.

Sono tornati in auge così dei surrogati relazionali come la virtualità, le videochiamate e le conference call ma è evidente che queste non hanno ancora la capacità di sostituirsi alla realtà effettiva e concreta, per quanto siano utili e necessarie. Ne percepiamo infatti il limite strutturale. L’altro  è presenza nello spazio, è movimento, energia toccata e profumo percepito. La presenza dell’altro non può accontentarsi solo della vista e dell’udito..

E’ quindi un momento assolutamente particolare. Ovviamente ci sono molte buone ragioni per essere a disagio, anche per il limite di spazio vitale disponibile, eppure vediamo come ad una essere posto in dubbio per molti non sono solo le cose pratiche della vita, che sono in questo tempo limitate, ma piuttosto parti della propria identità.

La nostra identità, ovvero chi diciamo di essere, si crea e si modifica lungo tutto l’arco della vita, pur con intensità diverse, proprio a causa dalla relazione con gli altri, inoltre è mediamente dinamica, si adatta e cambia, pur mantenendo delle costanti fondamentali, secondo le circostanze vissute, per esempio a casa non siamo gli stessi che al lavoro.

Per dirla sinteticamente non esiste l’Io senza il Noi.

Solo che il Noi ì“Il prossimo” oggi è diventato “Prossimale”, ovvero un qualcuno più pensato  che incontrato, più progettato per il futuro piuttosto che un individuo con il quale si condivide il presente.

Limitare la disponibilità relazionale ha quindi inevitabilmente delle ricadute sulla nostra identità, talvolta anche patologiche innescando così smarrimento, ansia, depressioni, dipendenze, crisi coniugali ed esistenziali.

E’ così, oltre magari alla noia o alla preoccupazione per il lavoro, in molti si trovano bloccati con sé stessi. E non è detto che sia una bella compagnia perché in assenza del Noi è comunque non completa..

J. P. Sartre diceva: “ Se sei triste quando sei da solo, probabilmente sei in cattiva compagnia”.

Dicevamo che l’Io non esiste pienamente senza il Noi e che per sua natura è dinamico.

Oggi invece ci dobbiamo accontentare di un Io maggiormente statico, che trae beneficio dal percorso di vita  sin qui fatto e che può nutrirsi principalmente solo di quello che è già stato.

Se abitare sé stessi oggi  è fonte di disagio significa che ciò che avevamo acquisito di noi prima del distanziamento era per certi versi limitato, incompleto se non addirittura falso.

Per questo, già da ora, è scoccato il tempo della verità. La verità di chi siamo s’impone, non ci sono fughe anestetizzanti. Ci siamo noi. L’atteggiamento di chi continua a proiettarsi oltre il distanziamento ( anche se è legittima la speranza della normalità, ovviamente) può produrre frustrazione ma anche curiosità.

Nella vita ordinaria, essendo l’Io molto dinamico, alcuni suoi aspetti, sia luminosi che tenebrosi, possono essere mascherati, correre via senza essere visti. La staticità di questi giorni ,unita alla curiosità, ci prepara allo stupore della scoperta che può permettere di ampliare la conoscenza che abbiamo di noi stessi.Così questo non sarà stato solo un tempo sospeso e passivo ma anche creativo e fondativo.

PERCHE’ RIALZARSI NELLE DIFFICOLTA’?

La “resilienza” è una parola che deriva dalla fisica dei metalli riferita originariamente al loro  capacità di assorbire un urto senza rompersi.

Di conseguenza è un concetto molto usato nella progettazione dei veicoli di trasporto e non solo.

Per diffusione lo stesso concetto è stato poi applicato alla mente umana.

Nella vita possono arrivare eventi difficili, degli urti esistenziali, dei fallimenti, degli avvenimenti che facciamo fatica ad accettare; il resiliente è chi affronta queste sfide senza fuggire o, peggio, senza sentirsi annientato.

Tutti abbiamo uno o più punti di rottura e si spera sempre di starsene ben alla larga.

L’integrità della nostra persona, della nostra vita mentale ed emotiva viene così automaticamente difesa.

Ma ci sono avvenimenti che accadono oltre la nostra volontà: una separazione, una malattia o una crisi in genere.

Certo, dal punto di vista psicologico si può analizzare e comprendere meglio la natura delle difficoltà vissute e spesso si nota come in realtà siano presenti degli aspetti inconsci e autosabotanti che in un qualche modo attraggono alcune avversità; è opportuno quindi conoscere queste forze interiori ed integrarle, specie in vista del futuro.

Ma esiste anche il presente, il qui ed ora e, anche se non ancora risolto, comunque occorre vivere, andare avanti e ci poniamo allora queste domande; durante la crisi cosa facciamo? Come possiamo reagire?

Con alcune attenzioni e convinzioni:


1. La crisi è spesso connaturale con l’evoluzione. Raramente si passa da una condizione all’altra senza disagio.

2. La crisi è il passaggio, il momento in cui ci si sgancia dalle certezze acquisite e si aprono nuovi orizzonti.

3. La crisi va considerata come una preziosa alleata. Obbliga a fermarsi, a riorientarsi e a capire qual’è la strada giusta.

4. Le crisi hanno un tempo limitato, nelle situazioni più complesse anche anni ma poi, per loro stessa natura, finiscono.

5.La crisi non è necessariamente una rottura totale rispetto a tutto quello che è stato fatto precedentemente.

6. La crisi chiede, esige, interiorità. Occorre fermarsi, capirsi e orientarsi. Non è strano vivere queste dimensioni…semmai la stranezza è all’opposto.

Però esiste la variabile caos; alcune crisi non le scegliamo, non sono il frutto dei nostri errori ma piuttosto di quelli degli altri che si ripercuotono su di noi.

Non importa di chi sia la colpa. Dal punto di vista psicologico gli effetti sono quasi gli stessi e le attitudini per superare le difficoltà sono pressoché le stesse. La vera domanda è: cosa credo sia la vita? Una crociera dove star il più tranquilli possibile o un viaggio d’esplorazione nel quale, attraverso le prove della vita, gradualmente arrivo a nuovi gradi di sapienza?

Il primo cercherà delle comfort zone e vivrà le difficoltà come delle maledizioni mentre il secondo, non le cercherà ma sa che possono fare parte del gioco, e vivendole ne trarrá beneficio, pur a volte nel dolore, anzi forse proprio grazie ad esso

COME PRENDERE DECISIONI SENZA PENTIMENTI!

Sia su questioni quotidiane, magari anche non aventi un valore determinante, che su questioni fondamentali, quelle che cambiano il corso della vita, ci si può trovare in uno stato d’impasse, di blocco.

Faccio o meno questa scelta?

Come mi devo comportare?

E se sbaglio?

Domande che tutti ci poniamo, legate magari ad un comportamento da tenere in una certa situazione, un investimento da fare, una scelta lavorativa, un modo nuovo per gestire le relazioni fino a scelte ancor più grandi che segneranno indelebilmente il corso del resto della nostra esistenza come quella della maternità\paternità.

Di seguito inserisco 4 suggerimenti  che possiamo adottare quando dobbiamo decidere:

PRIMO STEP

Andare oltre il bene ed il male, ovvero oltre il senso del dovere. Molte vite sono state soffocate da un “tu devi” interiorizzato. “Devi far così perché così è giusto, perché questo ci si aspetta da te, perché lo fanno tutti”. Già F. Nietzsche nell’opera “Così parlò Zarathustra” in un racconto onirico affermava che occorre passare dal “tu devi” al “tu puoi.” Non si tratta di essere disinteressati rispetto al pensiero comune, all’etica di cui si è parte -anzi – ma eventualmente di saperla declinare secondo il proprio modo d’essere, in piena coscienza. Ovviamente questo processo ha dei limiti che sono le leggi dello Stato di appartenenza che normalmente rappresentano il minimo comun denominatore per la vita civile e che hanno comunque al loro interno dei meccanismi per il miglioramento o superamento delle norme deficitarie, qualora sia necessario.

Detto questo, la domanda da porsi quindi non è tanto relativa al giusto o allo sbagliato ma piuttosto: questa scelta mi fa vivere o mi uccide lentamente?

SECONDO STEP

La scelta che devi prendere per chi viene fatta? Porsi questa domanda serve a mettere la decisione  nella giusta prospettiva. Ci sono scelte che facciamo per noi stessi, per aumentare il nostro grado di felicità. Altre sono chiaramente fatte a favore di qualcun altro. Nella seconda ipotesi esserne coscienti è determinante perchè “gli altri” per cui compiamo delle scelte non hanno tutti la stessa importanza nella nostra vita. Compiere scelte a favore di un parente, di un figlio\a, di un amico piuttosto che verso qualcuno di transitorio nella propria vita non è la stessa cosa; nulla impedisce di farlo ma almeno esserne coscienti ci fa vedere la scelta dalla giusta prospettiva.

TERZO STEP

Qual’è la miglior versione di me stesso? In un mondo perfetto come sarei, cosa farei e con chi? La decisione che devo prendere mi allontana o mi avvicina a questa versione di me?

QUARTO STEP

Che emozioni provo? Proiettare me stesso a decisione presa come mi fa stare? Cosa mi dice l’intuito? A volte percepiamo delle cose senza aver già elaborato un pensiero strutturato in merito. E’ la mente percettiva, un prodotto dell’inconscio, che non crea strutture logiche di causa – effetto- come la mente associativa- ma che sente, intuisce e così ci fa allontanare o avvicinare rispetto ad una decisione da prendere.

PER CHI TEME L’ERRORE

L’unico vero errore è l’inerzia. La caratteristica propria dei viventi è che questi si muovono, tutti, secondo il loro ritmo. L’immobilità è una caratteristica mortifera. Certo occorre sapienza e prudenza e minori sono le sconfitte che ci diamo da soli meglio è…eppure anche l’errore ha una sua funzione nella vita umana, specie quello fatto in buona fede (senza della quale si può parlare tranquillamente di cattiveria, dimensione ovviamente da evitare totalmente);

Si evolve anche sbagliando, capendo, rettificando, facendo ammenda quando serve e ripartendo ancora.

GENITORI E FIGLI: LA SFIDA DELLA RADICI

Quest’articolo ha un unico obiettivo, ovvero quello di delineare in linea teorica il rapporto ideale che dovrebbe intercorrere tra genitori e figli nell’età adulta.

Se ne parla poco; in genere gli studi, gli articoli e le discussioni si sono orientate maggiormente, se non quasi esclusivamente, ad analizzare questo tipo di relazione applicandola all’età evolutiva eppure, complice anche l’aumento dell’aspettativa di vita e le mutazioni del vissuto socio culturale, credo sia uno dei temi che chiede con urgenza delle riflessioni, specialmente per chi già vive la maturità e si trova a dover riflettere come portare avanti questa relazione.

Queste parole sono delle riflessioni, dicevo all’inizio, volutamente astratte e generiche; ciascuno poi chiaramente vive delle esigenze diverse e pertanto ha la necessità di tradurre il tutto nel proprio contesto di vita.

Sento il dovere di fare un’altra precisazione: nell’articolo si parlerà della figura del genitore; fino a qualche anno fa era ovvio chi fosse. Oggi la situazione è estremamente varia e non è mio desiderio urtare la sensibilità di nessuno, pertanto occorre dare una definizione preliminare: genitore è colui e/o colei che genera alla vita, non solo dal punto di vista biologico ma anche ( e forse specialmente) dal punto di vista psico-affettivo e sociale. È una persona adulta che accompagna quotidianamente, con affetto e autorevolezza, la progressiva crescita, autonomia ed emancipazione del bambino di cui ne condivide la vita, percependolo come membro imprescindibile e a tutti gli effetti della medesima famiglia.

Questa è una definizione psicologica, non giuridica, che mira a sottolineare la centralità dell’amore, dell’accompagnamento e dell”appartenenza. Bene, fatte queste precisazioni possiamo entrare nel merito del tema.

Qualcuno dice: Quando si è genitori lo si è per sempre!

Giusto. Il legame di parentela e l’amore che accompagna la relazione genitori-figli è nella maggior parte dei casi assoluto ma a cambiare non è l’affetto ma piuttosto il modo di manifestarlo.

Nei primi anni di vita ovviamente i genitori sono le figure guida, dei fari, dei sostegni e dei custodi, pur entro tutti i limiti umani che pur abitano in loro.

Il genitore si trova a fare di tutto per i figli con un unico obiettivo: farli diventare grandi.

E la trance finale, l’adolescenza, per molti diventa il luogo della sfida definitiva.

Ad un certo punto si devono relazionare con un adulto, più giovane certo, ma non più né bambino né ragazzo.

Legalmente nella nostra nazione questo equivale con la maggior età; esistenzialmente e socialmente  invece l’affermazione di sé dell’adulto è più incerta.

Corrisponde con l’autonomia finanziaria? Con l’armonia del pensiero? Con l’uscita di casa? Con la capacità di stringere relazioni affettive durevoli? Quando possiamo dire che quel bambino è diventato adulto?

Direi che l’adultità accade quando si nota una certa stabilità nei tratti della persona, sia organici che caratteriali.

Adulto è inoltre colui che si sa autodeterminare, o che almeno ci prova.

Ovviamente anche l’età adulta ha diverse fasi, ben descritte da E. Eriksson con la teorizzazione delle Life Skills; ma il punto è un altro: adulto è chi sa vivere l’autonomia, la responsabilità e l’intimità. E ad un certo punto il teenager che si aveva in casa fino a qualche anno prima palesa queste attitudini.

Lì, in quel periodo, il genitore ed il figlio devono, pur nell’amore, iniziare a pensare al loro rapporto in modo nuovo pena, per entrambi, una vita insoddisfacente.

Tutto quello che è stato fatto fino a quel punto, da un punto di vista educativo, in fondo era orientato all’emancipazione della persona da ogni punto di vista; a far si che insomma il bambino\a da adulto fosse in grado di prendere la propria strada, d’essere realizzato, felice.

Ovvio, non è una cosa facile da fare, anche da adulti.

Ci possono essere distrazioni, errori e cambiamenti ma se vissuti come questioni di cui si è responsabili (in parte o totalmente) abbiamo comunque un approccio adulto.

I genitori a quel punto non sono più quelli che fanno da scudo rispetto alle avversità della vita ne quelli che manipolano la relazione (pur con ottime intenzioni spesso) affinché il figlio/a adulta faccia secondo i loro piani o secondo la loro visione della vita ma sono persone che rispettano i percorsi (magari esprimono la loro opinione) e favoriscono la libertà individuale e la responsabilità individuale; in altre parole trattano il figlio adulto come un adulto.

Parallelamente anche il figlio/a ormai cresciuto cerca, difende e protegge la propria autonomia senza chiudersi a riccio, impermeabili a tutte le opinioni, ma piuttosto ascoltando con interesse chi lo ama da sempre ma affermando la propria di responsabilità decisionale finale, sapendo anche prendere linee decisionali diverse rispetto a quelle suggeritegli dall’esterno, facendolo con la serenità di chi sà che la vita e la sua realizzazione è data dalle risposte che saprà o meno dare a seconda del caso.

In conclusione una domanda applicata specialmente quando nascono altri figli (i nipoti): si può essere genitori essendo ancora psicologicamente figli? In un prossimo articolo proverò a rispondere a questa domanda.