DISTANZIAMENTO: DAL PROSSIMO AL PROSSIMALE

Distanziamento: dal prossimo al prossimale

Ormai conosciamo tutti cosa significhi il distanziamento; l’esperienza del Covid-19 ci ha fatto percepire, tra le varie, la portata esistenziale dello “stare lontani.”

In realtà questa è un’esperienza che purtroppo molte persone avevano già vissuto a causa di alcune patologie, sia di carattere mentale che fisico.

Oggi invece tutti la conoscono.

Distanziamento significa sia il doversi allontanare, mantenendo alcuni metri di distanza dall’altro, ma anche e specialmente dover iniziare a considerare l’altro come un potenziale pericolo per la propria salute.

Tornano così alla memoria le drammatiche parole  di E. Lévinas: “Il volto è ciò che non sì può uccidere o, almeno, ciò il cui senso consiste nel dire «tu non ucciderai» […] Il «tu non ucciderai» è la prima parola del volto, e si tratta di un ordine. Nell’apparizione del volto si trova un comandamento, come se mi parlasse un maestro. Nello stesso tempo, tuttavia, il volto di altri è spoglio: è il povero per il quale io posso tutto e al quale devo tutto.”

In questi giorni guardiamo all’altro e diciamo a noi stessi e a lui “tu non ucciderai” perché in noi abita qualcosa di prezioso: la vita.

La minaccia, il pericolo derivante dall’incontro, prima del distanziamento era un fenomeno raramente vissuto dalle persone e accadeva solo in situazioni limite; oggi invece la si percepisce in noi e nello sguardo dell’altro.

Ciascuno, inconsapevolmente e incolpevolmente, diventa in potenza “homo homini lupus ” (uomo  lupo per l’uomo), citando Thomas Hobbes.

La stessa comunicazione è andata poi invertendosi: oggi la gestualità della vicinanza, dell’affetto, della cura è paradossalmente il suo opposto. “Vuoi bene a qualcuno? Ti interessa incontrare e mostrare benevolenza?” – ci dicono- “ Bene! Stagli distante, non toccarlo e non respirare la sua aria!”

L’affetto si dimostra allontanandosi; peccato che la nostra struttura psicofisica sia fatta per l’esatto opposto.

Sono tornati in auge così dei surrogati relazionali come la virtualità, le videochiamate e le conference call ma è evidente che queste non hanno ancora la capacità di sostituirsi alla realtà effettiva e concreta, per quanto siano utili e necessarie. Ne percepiamo infatti il limite strutturale. L’altro  è presenza nello spazio, è movimento, energia toccata e profumo percepito. La presenza dell’altro non può accontentarsi solo della vista e dell’udito..

E’ quindi un momento assolutamente particolare. Ovviamente ci sono molte buone ragioni per essere a disagio, anche per il limite di spazio vitale disponibile, eppure vediamo come ad una essere posto in dubbio per molti non sono solo le cose pratiche della vita, che sono in questo tempo limitate, ma piuttosto parti della propria identità.

La nostra identità, ovvero chi diciamo di essere, si crea e si modifica lungo tutto l’arco della vita, pur con intensità diverse, proprio a causa dalla relazione con gli altri, inoltre è mediamente dinamica, si adatta e cambia, pur mantenendo delle costanti fondamentali, secondo le circostanze vissute, per esempio a casa non siamo gli stessi che al lavoro.

Per dirla sinteticamente non esiste l’Io senza il Noi.

Solo che il Noi ì“Il prossimo” oggi è diventato “Prossimale”, ovvero un qualcuno più pensato  che incontrato, più progettato per il futuro piuttosto che un individuo con il quale si condivide il presente.

Limitare la disponibilità relazionale ha quindi inevitabilmente delle ricadute sulla nostra identità, talvolta anche patologiche innescando così smarrimento, ansia, depressioni, dipendenze, crisi coniugali ed esistenziali.

E’ così, oltre magari alla noia o alla preoccupazione per il lavoro, in molti si trovano bloccati con sé stessi. E non è detto che sia una bella compagnia perché in assenza del Noi è comunque non completa..

J. P. Sartre diceva: “ Se sei triste quando sei da solo, probabilmente sei in cattiva compagnia”.

Dicevamo che l’Io non esiste pienamente senza il Noi e che per sua natura è dinamico.

Oggi invece ci dobbiamo accontentare di un Io maggiormente statico, che trae beneficio dal percorso di vita  sin qui fatto e che può nutrirsi principalmente solo di quello che è già stato.

Se abitare sé stessi oggi  è fonte di disagio significa che ciò che avevamo acquisito di noi prima del distanziamento era per certi versi limitato, incompleto se non addirittura falso.

Per questo, già da ora, è scoccato il tempo della verità. La verità di chi siamo s’impone, non ci sono fughe anestetizzanti. Ci siamo noi. L’atteggiamento di chi continua a proiettarsi oltre il distanziamento ( anche se è legittima la speranza della normalità, ovviamente) può produrre frustrazione ma anche curiosità.

Nella vita ordinaria, essendo l’Io molto dinamico, alcuni suoi aspetti, sia luminosi che tenebrosi, possono essere mascherati, correre via senza essere visti. La staticità di questi giorni ,unita alla curiosità, ci prepara allo stupore della scoperta che può permettere di ampliare la conoscenza che abbiamo di noi stessi.Così questo non sarà stato solo un tempo sospeso e passivo ma anche creativo e fondativo.

PERCHE’ RIALZARSI NELLE DIFFICOLTA’?

La “resilienza” è una parola che deriva dalla fisica dei metalli riferita originariamente al loro  capacità di assorbire un urto senza rompersi.

Di conseguenza è un concetto molto usato nella progettazione dei veicoli di trasporto e non solo.

Per diffusione lo stesso concetto è stato poi applicato alla mente umana.

Nella vita possono arrivare eventi difficili, degli urti esistenziali, dei fallimenti, degli avvenimenti che facciamo fatica ad accettare; il resiliente è chi affronta queste sfide senza fuggire o, peggio, senza sentirsi annientato.

Tutti abbiamo uno o più punti di rottura e si spera sempre di starsene ben alla larga.

L’integrità della nostra persona, della nostra vita mentale ed emotiva viene così automaticamente difesa.

Ma ci sono avvenimenti che accadono oltre la nostra volontà: una separazione, una malattia o una crisi in genere.

Certo, dal punto di vista psicologico si può analizzare e comprendere meglio la natura delle difficoltà vissute e spesso si nota come in realtà siano presenti degli aspetti inconsci e autosabotanti che in un qualche modo attraggono alcune avversità; è opportuno quindi conoscere queste forze interiori ed integrarle, specie in vista del futuro.

Ma esiste anche il presente, il qui ed ora e, anche se non ancora risolto, comunque occorre vivere, andare avanti e ci poniamo allora queste domande; durante la crisi cosa facciamo? Come possiamo reagire?

Con alcune attenzioni e convinzioni:


1. La crisi è spesso connaturale con l’evoluzione. Raramente si passa da una condizione all’altra senza disagio.

2. La crisi è il passaggio, il momento in cui ci si sgancia dalle certezze acquisite e si aprono nuovi orizzonti.

3. La crisi va considerata come una preziosa alleata. Obbliga a fermarsi, a riorientarsi e a capire qual’è la strada giusta.

4. Le crisi hanno un tempo limitato, nelle situazioni più complesse anche anni ma poi, per loro stessa natura, finiscono.

5.La crisi non è necessariamente una rottura totale rispetto a tutto quello che è stato fatto precedentemente.

6. La crisi chiede, esige, interiorità. Occorre fermarsi, capirsi e orientarsi. Non è strano vivere queste dimensioni…semmai la stranezza è all’opposto.

Però esiste la variabile caos; alcune crisi non le scegliamo, non sono il frutto dei nostri errori ma piuttosto di quelli degli altri che si ripercuotono su di noi.

Non importa di chi sia la colpa. Dal punto di vista psicologico gli effetti sono quasi gli stessi e le attitudini per superare le difficoltà sono pressoché le stesse. La vera domanda è: cosa credo sia la vita? Una crociera dove star il più tranquilli possibile o un viaggio d’esplorazione nel quale, attraverso le prove della vita, gradualmente arrivo a nuovi gradi di sapienza?

Il primo cercherà delle comfort zone e vivrà le difficoltà come delle maledizioni mentre il secondo, non le cercherà ma sa che possono fare parte del gioco, e vivendole ne trarrá beneficio, pur a volte nel dolore, anzi forse proprio grazie ad esso

COME PRENDERE DECISIONI SENZA PENTIMENTI!

Sia su questioni quotidiane, magari anche non aventi un valore determinante, che su questioni fondamentali, quelle che cambiano il corso della vita, ci si può trovare in uno stato d’impasse, di blocco.

Faccio o meno questa scelta?

Come mi devo comportare?

E se sbaglio?

Domande che tutti ci poniamo, legate magari ad un comportamento da tenere in una certa situazione, un investimento da fare, una scelta lavorativa, un modo nuovo per gestire le relazioni fino a scelte ancor più grandi che segneranno indelebilmente il corso del resto della nostra esistenza come quella della maternità\paternità.

Di seguito inserisco 4 suggerimenti  che possiamo adottare quando dobbiamo decidere:

PRIMO STEP

Andare oltre il bene ed il male, ovvero oltre il senso del dovere. Molte vite sono state soffocate da un “tu devi” interiorizzato. “Devi far così perché così è giusto, perché questo ci si aspetta da te, perché lo fanno tutti”. Già F. Nietzsche nell’opera “Così parlò Zarathustra” in un racconto onirico affermava che occorre passare dal “tu devi” al “tu puoi.” Non si tratta di essere disinteressati rispetto al pensiero comune, all’etica di cui si è parte -anzi – ma eventualmente di saperla declinare secondo il proprio modo d’essere, in piena coscienza. Ovviamente questo processo ha dei limiti che sono le leggi dello Stato di appartenenza che normalmente rappresentano il minimo comun denominatore per la vita civile e che hanno comunque al loro interno dei meccanismi per il miglioramento o superamento delle norme deficitarie, qualora sia necessario.

Detto questo, la domanda da porsi quindi non è tanto relativa al giusto o allo sbagliato ma piuttosto: questa scelta mi fa vivere o mi uccide lentamente?

SECONDO STEP

La scelta che devi prendere per chi viene fatta? Porsi questa domanda serve a mettere la decisione  nella giusta prospettiva. Ci sono scelte che facciamo per noi stessi, per aumentare il nostro grado di felicità. Altre sono chiaramente fatte a favore di qualcun altro. Nella seconda ipotesi esserne coscienti è determinante perchè “gli altri” per cui compiamo delle scelte non hanno tutti la stessa importanza nella nostra vita. Compiere scelte a favore di un parente, di un figlio\a, di un amico piuttosto che verso qualcuno di transitorio nella propria vita non è la stessa cosa; nulla impedisce di farlo ma almeno esserne coscienti ci fa vedere la scelta dalla giusta prospettiva.

TERZO STEP

Qual’è la miglior versione di me stesso? In un mondo perfetto come sarei, cosa farei e con chi? La decisione che devo prendere mi allontana o mi avvicina a questa versione di me?

QUARTO STEP

Che emozioni provo? Proiettare me stesso a decisione presa come mi fa stare? Cosa mi dice l’intuito? A volte percepiamo delle cose senza aver già elaborato un pensiero strutturato in merito. E’ la mente percettiva, un prodotto dell’inconscio, che non crea strutture logiche di causa – effetto- come la mente associativa- ma che sente, intuisce e così ci fa allontanare o avvicinare rispetto ad una decisione da prendere.

PER CHI TEME L’ERRORE

L’unico vero errore è l’inerzia. La caratteristica propria dei viventi è che questi si muovono, tutti, secondo il loro ritmo. L’immobilità è una caratteristica mortifera. Certo occorre sapienza e prudenza e minori sono le sconfitte che ci diamo da soli meglio è…eppure anche l’errore ha una sua funzione nella vita umana, specie quello fatto in buona fede (senza della quale si può parlare tranquillamente di cattiveria, dimensione ovviamente da evitare totalmente);

Si evolve anche sbagliando, capendo, rettificando, facendo ammenda quando serve e ripartendo ancora.

GENITORI E FIGLI: LA SFIDA DELLA RADICI

Quest’articolo ha un unico obiettivo, ovvero quello di delineare in linea teorica il rapporto ideale che dovrebbe intercorrere tra genitori e figli nell’età adulta.

Se ne parla poco; in genere gli studi, gli articoli e le discussioni si sono orientate maggiormente, se non quasi esclusivamente, ad analizzare questo tipo di relazione applicandola all’età evolutiva eppure, complice anche l’aumento dell’aspettativa di vita e le mutazioni del vissuto socio culturale, credo sia uno dei temi che chiede con urgenza delle riflessioni, specialmente per chi già vive la maturità e si trova a dover riflettere come portare avanti questa relazione.

Queste parole sono delle riflessioni, dicevo all’inizio, volutamente astratte e generiche; ciascuno poi chiaramente vive delle esigenze diverse e pertanto ha la necessità di tradurre il tutto nel proprio contesto di vita.

Sento il dovere di fare un’altra precisazione: nell’articolo si parlerà della figura del genitore; fino a qualche anno fa era ovvio chi fosse. Oggi la situazione è estremamente varia e non è mio desiderio urtare la sensibilità di nessuno, pertanto occorre dare una definizione preliminare: genitore è colui e/o colei che genera alla vita, non solo dal punto di vista biologico ma anche ( e forse specialmente) dal punto di vista psico-affettivo e sociale. È una persona adulta che accompagna quotidianamente, con affetto e autorevolezza, la progressiva crescita, autonomia ed emancipazione del bambino di cui ne condivide la vita, percependolo come membro imprescindibile e a tutti gli effetti della medesima famiglia.

Questa è una definizione psicologica, non giuridica, che mira a sottolineare la centralità dell’amore, dell’accompagnamento e dell”appartenenza. Bene, fatte queste precisazioni possiamo entrare nel merito del tema.

Qualcuno dice: Quando si è genitori lo si è per sempre!

Giusto. Il legame di parentela e l’amore che accompagna la relazione genitori-figli è nella maggior parte dei casi assoluto ma a cambiare non è l’affetto ma piuttosto il modo di manifestarlo.

Nei primi anni di vita ovviamente i genitori sono le figure guida, dei fari, dei sostegni e dei custodi, pur entro tutti i limiti umani che pur abitano in loro.

Il genitore si trova a fare di tutto per i figli con un unico obiettivo: farli diventare grandi.

E la trance finale, l’adolescenza, per molti diventa il luogo della sfida definitiva.

Ad un certo punto si devono relazionare con un adulto, più giovane certo, ma non più né bambino né ragazzo.

Legalmente nella nostra nazione questo equivale con la maggior età; esistenzialmente e socialmente  invece l’affermazione di sé dell’adulto è più incerta.

Corrisponde con l’autonomia finanziaria? Con l’armonia del pensiero? Con l’uscita di casa? Con la capacità di stringere relazioni affettive durevoli? Quando possiamo dire che quel bambino è diventato adulto?

Direi che l’adultità accade quando si nota una certa stabilità nei tratti della persona, sia organici che caratteriali.

Adulto è inoltre colui che si sa autodeterminare, o che almeno ci prova.

Ovviamente anche l’età adulta ha diverse fasi, ben descritte da E. Eriksson con la teorizzazione delle Life Skills; ma il punto è un altro: adulto è chi sa vivere l’autonomia, la responsabilità e l’intimità. E ad un certo punto il teenager che si aveva in casa fino a qualche anno prima palesa queste attitudini.

Lì, in quel periodo, il genitore ed il figlio devono, pur nell’amore, iniziare a pensare al loro rapporto in modo nuovo pena, per entrambi, una vita insoddisfacente.

Tutto quello che è stato fatto fino a quel punto, da un punto di vista educativo, in fondo era orientato all’emancipazione della persona da ogni punto di vista; a far si che insomma il bambino\a da adulto fosse in grado di prendere la propria strada, d’essere realizzato, felice.

Ovvio, non è una cosa facile da fare, anche da adulti.

Ci possono essere distrazioni, errori e cambiamenti ma se vissuti come questioni di cui si è responsabili (in parte o totalmente) abbiamo comunque un approccio adulto.

I genitori a quel punto non sono più quelli che fanno da scudo rispetto alle avversità della vita ne quelli che manipolano la relazione (pur con ottime intenzioni spesso) affinché il figlio/a adulta faccia secondo i loro piani o secondo la loro visione della vita ma sono persone che rispettano i percorsi (magari esprimono la loro opinione) e favoriscono la libertà individuale e la responsabilità individuale; in altre parole trattano il figlio adulto come un adulto.

Parallelamente anche il figlio/a ormai cresciuto cerca, difende e protegge la propria autonomia senza chiudersi a riccio, impermeabili a tutte le opinioni, ma piuttosto ascoltando con interesse chi lo ama da sempre ma affermando la propria di responsabilità decisionale finale, sapendo anche prendere linee decisionali diverse rispetto a quelle suggeritegli dall’esterno, facendolo con la serenità di chi sà che la vita e la sua realizzazione è data dalle risposte che saprà o meno dare a seconda del caso.

In conclusione una domanda applicata specialmente quando nascono altri figli (i nipoti): si può essere genitori essendo ancora psicologicamente figli? In un prossimo articolo proverò a rispondere a questa domanda.

GUTTA CAVAT LAPIDEM

LA PROSPERITA’ ED IL PENSIERO

La goccia perfora le pietre, lentamente e con costanza.

Già durante il periodo classico lo si aveva ben intuito semplicemente osservando la natura, cioè come il costante e martellante cadere di una goccia d’acqua sulla roccia portasse alla fine alla modifica di quest’ultima, da sempre piuttosto percepita come resistente e immodificabile. La ripetitività di un gesto, di un’intenzione, unita quindi ad un’adeguata motivazione, può produrre effetti considerevoli.

Da notare, pur sottaciuto ed implicito allo stesso proverbio, è il focus posto sulla grazia dell’azione da compiere; non vengono suggerite azioni ecclatanti, impressionanti o forti ma piuttosto di non lasciarsi distrarre dai propri desideri, di non demordere anche quando momentaneamente non si vedono i risultati.

Due, tra i vari, possono essere i potenziali problemi che limitano la realizzazione dei propri sogni, delle proprie speranze.

  1. LA NEBULOSITA’. Vivere in uno stato di foschia interiore, ovvero il non riuscire a pensare oltre all’immediato. Ci sono fasi di vita in cui si aspetta con trepidazione la realizzazione del futuro e altre in cui viene più facile adeguarsi alla realtà, pur percepita come limitante o non pienamente aderente alle proprie aspettative. Ci si accontenta, magari nel passato si è anche pagato il prezzo di qualche aspirazione mal riuscita e inizia a farsi largo, nei pensieri e nelle emozioni, la convinzione che è meglio continuare a ripetere il già noto (anche se è in parte frustrante) perchè più sicuro. La nebulosità può essere però ancor più sofisticata: si conosce – circa – quello che si auspica per la propria vita e lo si riconosce anche come realistico ma non si analizzano gli step intermedi (necessari) e si rimane così solo con la sensazione di dover affrontare un gigante. La conoscenza dei passaggi intermedi è fondamentale sia perchè si riesce ad avere il controllo su tempi più brevi sia perchè questi offrono, quando realizzati, l’appagamento sufficiente per procedere oltre.
  2. IL TEMPO. Posto anche il fatto d’essere riusciti a darsi la chiarezza interiore necessaria, sia sulle speranze che sui passaggi intermedi, si deve affrontare l’attesa, più o meno lunga. La mente non conosce il ritmo del tempo, sa rendere presente, a livello emotivo e percettivo, anche cose lontane nel passato e questa sua caratteristica (talvolta patologica) potrebbe ingannare; come il passato (pur remoto) a certe condizioni sembra essere dietro l’angolo così si pensa che anche il futuro (foriero dei nostri sogni) sia altrettanto vicino.E’ vero che spesso, al termine di un qualche percorso, si ha la sensazione che il tempo sia volato ma, se non ci si inganna dalla percezione mentale del tempo, è altrettanto vero che lo spazio temporale è davvero una dimensione estesa. Per fortuna. Occorre allora tenere ben presente, senza ingannare se stessi, che spesso ci sono dei tempi precisi e nel percorrerli tanto vale gustare ogni momento. Spesso nei media e nelle varie narrazioni si presta attenzione a chi ha cambiato la sua esistenza in pochi passaggi (quanti film e libri si basano su questo? Ma in fondo, a pensarci, la stessa promessa del gioco d’azzardo, si basa proprio su questo principio: Bruciamo tutte le tappe intermedie e con loro la fatica di dover progettare e attendere; basta solo trovare il sistema giusto) ma la verità per i più è un altra. Passo dopo passo si arriva alla meta. L’importante è guardarsi attorno e magari essere in buona compagnia.

Per raggiungere i propri obiettivi è necessario conoscerli e talvolta darsi delle mete intermedie. Occorre predisporre tutte le condizioni. Ci vuole tempo, perseveranza e un atteggiamento interiore positivo che sappia gustare il momento presente e le persone con cui lo si condivide.

Alla fine per qualcuno la soddisfazione del percorso fatto è pari al conseguimento della meta: Gutta cavat lapidem!

S.A.I.N. COME NON FARSI TRAVOLGERE DALLE EMOZIONI NEGATIVE

Ecco un metodo cognitivo per riuscire a gestire alcune emozioni che possono turbare le nostre giornate.

S.A.I.N. è acronimo ideato da Micheal Stone che fu un maestro di Mindfulness negli USA e che ha ispirato moltissime persone lungo la sua vita.

S.A.I.N. non è nulla di magico ma solo un metodo per pensare con ordine; quando siamo afferrati da emozioni fuori controllo infatti perdiamo in primo luogo proprio la capacità di rimanere in armonia e ben sintonizzati sui nostri pensieri e per questo allora un criterio, una guida per pensare step by step, può rivelarsi utile.

Capitano degli episodi attivanti che poi magari ce li portiamo appresso per ore o giorni percependo così un senso di disagio, una vaga tristezza e una perdita generale dell’energia, della speranza e della capacità di reagire prontamente: S.A.I.N agisce proprio su tutto ciò.

Ovvio, non è una panacea per ogni disagio, anzi se uno stato emotivo negativo si prolunga per più di qualche settimana è opportuno intraprendere azioni di supporto dedicate.

S.A.I.N. è un ordine nella sequenza dei pensieri per identificare ciò che è successo di attivante e per averne un maggior controllo.

Ecco di seguito la procedura:

STOP (S). Fermati. Non fuggire da ciò che provi. Accorgiti che c’è qualcosa che ti sta parlando proveniente dal tuo mondo emotivo ed esperienziale. Non far finta di niente e non liquidare il tutto come una nuvola passeggera ed insignificante. Fermati e permettiti di avere un tempo dedicato a capire cosa accade.

ACCETTA (A). Sta succedendo! Nella vita, anche nella tua, non splende sempre il sole. Ci sono momenti lenti che ci appesantiscono un po’. Fa parte dell’esistenza umana di tutti, anche della tua. In realtà questi momenti,se accolti e accettati, possono diventare delle opportunità di consapevolezza e di forza maggiore.

INVESTIGA (I). Cos’è che mi ha fatto cambiare così fortemente la mia energia vitale. Cos’è capitato? Forse è stata l’emersione di un ricordo? Una situazione non gestita nel migliore dei modi? Il comportamento di qualcun’altro che ho percepito come minaccioso verso la mia integrità? Và con la memoria all’ultimo momento in cui ricordi te stesso più energico e felice e guarda, investiga, su ciò che è accaduto dopo e sui significati dell’intera vicenda accaduta.

NON IDENTIFICARTI (N). Tu non sei solo questa emozione. Rivela probabilmente un tuo lato debole, esposto e sensibile ma sei molto di più. La tua storia te lo dice, l’impegno che hai profuso nella tua vita, gli obiettivi raggiunti e quelli che stai desiderando. Il “Non Identificarsi” significa quindi compiere un azione razionale e di consapevolezza che sappia tener vicino a sé gradi maggiori di verità personali senza rimpicciolirsi ad un’emozione ora molto percepita ma comunque transitoria.

E’ vero, nella vita ci sono delle nuvole transitorie, delle giornate storte che poi passano da sole. Eppure anche queste piccole cose possono rivelare chi siamo e farci splendere ancor di più.

SOLITUDINI. NON SEMPRE SERVE SCAPPARE

Beata solitudo Sola Beatitudo.

Beata Solitudine Unica Beatitudine.

Questo era un motto latino che, con un gioco di parole, voleva esprimere l’importanza di una solitudine viva, sorgente di benessere e di nuovo equilibrio.

Eppure, per molte persone, la solitudine è motivo di sofferenza, non di beatitudine.

E non sanno come superarla.

Attorno a noi notiamo persone particolarmente predisposte alla creazione di rapporti significativi con gli altri, mentre altre li vivono con disagio. E’ certamente un tratto del carattere avere una maggior predisposizione a creare legami ma non tutto dipende da quello. Come si abita la propria interiorità è determinante in questo.  Evidentemente poi esistono delle solitudini patologiche ma non è l’intento di questo articolo approfondirle. Scriverò piuttosto di socialità, della capacità di stare assieme e di come poterla migliorare.

Socializzare infatti è un arte e se non è spontanea può essere comunque appresa e migliorata.

Viviamo in un mondo connesso nel quale, a portata di click, le persone facilmente possono interagire tra loro eppure, oggi come non mai, molti vivono una solitudine che prima o poi si può trasformare in un vero e proprio isolamento percepito.

Le grandi strutture ed istituzioni che precedentemente avevano garantito la strutturazione del concetto di comunità sono nei fatti collassate su sé stesse e molti hanno dovuto cercare delle alternative, solo che non sempre si sono rivelate pienamente soddisfacenti.

Pur offrendo molte opportunità relazionali, per esempio, lo spazio web permette talvolta la creazione di rapporti virtuali che non si trasformano in incontri veri e propri, relegando così le persone nella rete. Si ha allora l’illusione momentanea di essere assieme a qualcuno; spesso però questo qualcuno sparisce così velocemente come era apparso..

Il mondo del lavoro inoltre acquisisce sempre maggiori dinamiche competitive interne per cui il collega più che un alleato che può anche diventare amico ma viene percepito come un competitor.

Anche la stessa difficoltà ad accedere al mondo del lavoro fa percepire le persone come escluse e non adeguate, quindi sole.

Sembra una descrizione sociale a tinte scure; eppure si possono anche notare dei segni di rinascita che si spera possano diventare sempre più coinvolgenti. Le persone sanno ancora fare gruppo, costituirsi comunità, specie dinanzi a crisi sociali e naturali.

Tutti abbiamo davanti agli occhi alcuni gesti d’altruismo e di pro-socialità riportati dai media che ricordiamo come ammirevoli, penso ad esempio alla generosità dei tanti che si sono impegnati in prima persona per le ricostruizioni a seguito dei terremoti che hanno ferito la nostra nazione o ai tanti, giovani e non, impegnati nel volontariato.

Dinanzi alle necessità e alle sfide percepite come comuni sappiamo aggregarci e tirar fuori il meglio di noi per il solo fatto che c’è una motivazione esterna, laterale alla socialità.

Molti oggi osservano le persone perse (o meglio schermate, protette) dentro ai loro smartphone. Molti docenti ed educatori sottolineano come sia diventato particolarmente complesso interagire con i giovani, parlare con loro, sentire le loro opinioni.

Alcuni poi raccontano come effettivamente sia complesso incontrare persone nuove per stabilire rapporti duraturi.

Apparentemente siamo più soli.

Ma la realtà è che è sono solo cambiati i criteri d’accesso alle relazioni. Rispetto ad altri tempi non esiste più la socialità fine a se stessa. Stiamo assieme tendenzialmente solo per un motivo comune (anche virtuoso), meglio se esplicitato nelle intenzioni.

In altre epoche ci s’incontrava solo per il fatto di appartenere allo stesso gruppo, alla stessa comunità, al medesimo quartiere o paese. Ci si conosceva da generazioni. Si vivevano gli stessi ambienti e le possibilità erano comunque minori.

Il crollo dell’appartenenza comunitaria, la mobilità disponibile e la difficoltà ad aderire a strutture relazionali ed istituzionali totalizzanti, dopo il disincanto attuale, creano un appartenenza meno scontata e ora doverosamente scelta o meno.

Per questo una buona socialità prevede una sana (beata) solitudine; in quel momento, precedente alla relazione, possiamo definire noi stessi, i nostri valori, obiettivi e scopi e così entrare poi in contatto con l’altro da sé con le giuste motivazioni ed energie.

Questo tipo di solitudine è necessaria. E’ la solitudine di chi sta pensando, rielaborando e capendo. E’ la solitudine di chi entra in sè stesso, nella propria mente e cuore, e contempla i cambiamenti che la vita ha operato nella propria visione del mondo.

E’ la solitudine di chi poi sa incontrare l’altro avendo coscienza di sè.

E’ la solitudine di chi vuole guardarsi attorno e consapevolmente scegliere se aderire a qualcosa o a qualcuno, anche nei modi e nei tempi.

Senza questa solitudine precedente si procede a caso; magari può risultare comunque efficace ma, quando così non accade, i lividi lasciati da un approccio fortuito alle relazioni possono divenire rilevanti e anche difficili da sanare.

L’AMORE

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PODCAST del dott. Davide Dellai nel quale viene esposto, attraverso l’analisi etimologica e psicolinguistica, una teoria funzionale sul sentimento umano più importante e complesso dell’animo umano.