L’ABBANDONO

COME VIVERLO E COME EVITARLO (SE POSSIBILE)

Subire un abbandono o abbandonare qualcuno o qualcosa (come un ideale, un gruppo, un senso d’appartenenza etc.) è una delle esperienze più radicali che si possano vivere.

Ovviamente l’essere abbandonati è più sconcertante perché, percependo un rifiuto, viene così implicitamente esaltata una qualche inadeguatezza (o presunta tale) che può far sorgere talvolta anche un certo senso d’ingiustizia.

Ci si ritrova così passivi ed esposti ad eventi sui quali si ha la sensazione d’avere uno scarso controllo.

Inoltre l’essere abbandonati è spesso improvviso, lapidario e desertificante.

Che l’abbandono subito sia una persona che se ne va dalla nostra vita o un esclusione da una dinamica nella quale prima ci sentivamo partecipi rappresenta comunque una perdita nella nostra identità, di chi siamo nel mondo, dato che è anche lo sguardo dell’altro a raccontarci e a confermare chi siamo.

E’ questo un vuoto, una ferita, una mancanza di continuità dell’essere che con il tempo va necessariamente rimarginata e interiorizzata.

Anche abbandonare però non è sempre facile.

Il luogo comune, il pensiero di molti, fa quasi intendere che chi abbandona in realtà sia la parte più forte o che abbia almeno una situazione migliore alla quale approdare. Alcune volte è effettivamente così, ma talvolta, andando oltre la superficie delle cose, vi è altresì un vissuto sofferto, un sentirsi fuori luogo, straniero in patria, estraneo in casa e sconosciuto a chi ti è vicino.

Perché allora accade l’abbandono?

Lo sguardo dell’altro ci racconta e conferma chi siamo ma occorre anche affermare che certi cambiamenti nell’identità di una persona corrispondono necessariamente ad un mutamento relazionale.

E’ una chimera pensare all’identità come ad un qualcosa di granitico, irremovibile e sempre uguale a sé stessa.

Il tempo, le varie vicende vissute e patite, i livelli di consapevolezza raggiunti producono inevitabilmente e drammaticamente un nuovo modo di percepirsi a cui solo il soggetto protagonista, solo ciascuno per sé, può dare pienamente un senso d’unità.

Dentro a questo fluire di eventi cambiamo e con noi mutano le nostre esigenze esistenziali, tra cui le relazioni.

Certo, esistono dei principi etici a cui ciascuno può e deve far riferimento che effettivamente possono moderare lo strappo dato dall’identità sorgente ma a condizione di poter affermare che non è tanto la sfida del tempo che passa a minacciare una relazione ma quanto il non riconoscersi più come l’altro mi vede.

Per questo serve coscienza di sé e magari, se davvero si crede che la relazione possa sopravvivere, non vivere tanto nell’illusione allucinata del “ti conosco già” ma piuttosto aprirsi , curiosamente e creativamente, verso al nuovo che l’altro da me è diventato.

Non è tanto quindi un riscoprire l’altro (azione che inevitabilmente si radica nel passato ) ma piuttosto il desiderio conoscere quel qualcosa di nuovo che ora lo abita per poter così generare una linfa nuova nel presente della relazione.

SOLITUDINI. NON SEMPRE SERVE SCAPPARE

Beata solitudo Sola Beatitudo.

Beata Solitudine Unica Beatitudine.

Questo era un motto latino che, con un gioco di parole, voleva esprimere l’importanza di una solitudine viva, sorgente di benessere e di nuovo equilibrio.

Eppure, per molte persone, la solitudine è motivo di sofferenza, non di beatitudine.

E non sanno come superarla.

Attorno a noi notiamo persone particolarmente predisposte alla creazione di rapporti significativi con gli altri, mentre altre li vivono con disagio. E’ certamente un tratto del carattere avere una maggior predisposizione a creare legami ma non tutto dipende da quello. Come si abita la propria interiorità è determinante in questo.  Evidentemente poi esistono delle solitudini patologiche ma non è l’intento di questo articolo approfondirle. Scriverò piuttosto di socialità, della capacità di stare assieme e di come poterla migliorare.

Socializzare infatti è un arte e se non è spontanea può essere comunque appresa e migliorata.

Viviamo in un mondo connesso nel quale, a portata di click, le persone facilmente possono interagire tra loro eppure, oggi come non mai, molti vivono una solitudine che prima o poi si può trasformare in un vero e proprio isolamento percepito.

Le grandi strutture ed istituzioni che precedentemente avevano garantito la strutturazione del concetto di comunità sono nei fatti collassate su sé stesse e molti hanno dovuto cercare delle alternative, solo che non sempre si sono rivelate pienamente soddisfacenti.

Pur offrendo molte opportunità relazionali, per esempio, lo spazio web permette talvolta la creazione di rapporti virtuali che non si trasformano in incontri veri e propri, relegando così le persone nella rete. Si ha allora l’illusione momentanea di essere assieme a qualcuno; spesso però questo qualcuno sparisce così velocemente come era apparso..

Il mondo del lavoro inoltre acquisisce sempre maggiori dinamiche competitive interne per cui il collega più che un alleato che può anche diventare amico ma viene percepito come un competitor.

Anche la stessa difficoltà ad accedere al mondo del lavoro fa percepire le persone come escluse e non adeguate, quindi sole.

Sembra una descrizione sociale a tinte scure; eppure si possono anche notare dei segni di rinascita che si spera possano diventare sempre più coinvolgenti. Le persone sanno ancora fare gruppo, costituirsi comunità, specie dinanzi a crisi sociali e naturali.

Tutti abbiamo davanti agli occhi alcuni gesti d’altruismo e di pro-socialità riportati dai media che ricordiamo come ammirevoli, penso ad esempio alla generosità dei tanti che si sono impegnati in prima persona per le ricostruizioni a seguito dei terremoti che hanno ferito la nostra nazione o ai tanti, giovani e non, impegnati nel volontariato.

Dinanzi alle necessità e alle sfide percepite come comuni sappiamo aggregarci e tirar fuori il meglio di noi per il solo fatto che c’è una motivazione esterna, laterale alla socialità.

Molti oggi osservano le persone perse (o meglio schermate, protette) dentro ai loro smartphone. Molti docenti ed educatori sottolineano come sia diventato particolarmente complesso interagire con i giovani, parlare con loro, sentire le loro opinioni.

Alcuni poi raccontano come effettivamente sia complesso incontrare persone nuove per stabilire rapporti duraturi.

Apparentemente siamo più soli.

Ma la realtà è che è sono solo cambiati i criteri d’accesso alle relazioni. Rispetto ad altri tempi non esiste più la socialità fine a se stessa. Stiamo assieme tendenzialmente solo per un motivo comune (anche virtuoso), meglio se esplicitato nelle intenzioni.

In altre epoche ci s’incontrava solo per il fatto di appartenere allo stesso gruppo, alla stessa comunità, al medesimo quartiere o paese. Ci si conosceva da generazioni. Si vivevano gli stessi ambienti e le possibilità erano comunque minori.

Il crollo dell’appartenenza comunitaria, la mobilità disponibile e la difficoltà ad aderire a strutture relazionali ed istituzionali totalizzanti, dopo il disincanto attuale, creano un appartenenza meno scontata e ora doverosamente scelta o meno.

Per questo una buona socialità prevede una sana (beata) solitudine; in quel momento, precedente alla relazione, possiamo definire noi stessi, i nostri valori, obiettivi e scopi e così entrare poi in contatto con l’altro da sé con le giuste motivazioni ed energie.

Questo tipo di solitudine è necessaria. E’ la solitudine di chi sta pensando, rielaborando e capendo. E’ la solitudine di chi entra in sè stesso, nella propria mente e cuore, e contempla i cambiamenti che la vita ha operato nella propria visione del mondo.

E’ la solitudine di chi poi sa incontrare l’altro avendo coscienza di sè.

E’ la solitudine di chi vuole guardarsi attorno e consapevolmente scegliere se aderire a qualcosa o a qualcuno, anche nei modi e nei tempi.

Senza questa solitudine precedente si procede a caso; magari può risultare comunque efficace ma, quando così non accade, i lividi lasciati da un approccio fortuito alle relazioni possono divenire rilevanti e anche difficili da sanare.