DISTANZIAMENTO: DAL PROSSIMO AL PROSSIMALE

Distanziamento: dal prossimo al prossimale

Ormai conosciamo tutti cosa significhi il distanziamento; l’esperienza del Covid-19 ci ha fatto percepire, tra le varie, la portata esistenziale dello “stare lontani.”

In realtà questa è un’esperienza che purtroppo molte persone avevano già vissuto a causa di alcune patologie, sia di carattere mentale che fisico.

Oggi invece tutti la conoscono.

Distanziamento significa sia il doversi allontanare, mantenendo alcuni metri di distanza dall’altro, ma anche e specialmente dover iniziare a considerare l’altro come un potenziale pericolo per la propria salute.

Tornano così alla memoria le drammatiche parole  di E. Lévinas: “Il volto è ciò che non sì può uccidere o, almeno, ciò il cui senso consiste nel dire «tu non ucciderai» […] Il «tu non ucciderai» è la prima parola del volto, e si tratta di un ordine. Nell’apparizione del volto si trova un comandamento, come se mi parlasse un maestro. Nello stesso tempo, tuttavia, il volto di altri è spoglio: è il povero per il quale io posso tutto e al quale devo tutto.”

In questi giorni guardiamo all’altro e diciamo a noi stessi e a lui “tu non ucciderai” perché in noi abita qualcosa di prezioso: la vita.

La minaccia, il pericolo derivante dall’incontro, prima del distanziamento era un fenomeno raramente vissuto dalle persone e accadeva solo in situazioni limite; oggi invece la si percepisce in noi e nello sguardo dell’altro.

Ciascuno, inconsapevolmente e incolpevolmente, diventa in potenza “homo homini lupus ” (uomo  lupo per l’uomo), citando Thomas Hobbes.

La stessa comunicazione è andata poi invertendosi: oggi la gestualità della vicinanza, dell’affetto, della cura è paradossalmente il suo opposto. “Vuoi bene a qualcuno? Ti interessa incontrare e mostrare benevolenza?” – ci dicono- “ Bene! Stagli distante, non toccarlo e non respirare la sua aria!”

L’affetto si dimostra allontanandosi; peccato che la nostra struttura psicofisica sia fatta per l’esatto opposto.

Sono tornati in auge così dei surrogati relazionali come la virtualità, le videochiamate e le conference call ma è evidente che queste non hanno ancora la capacità di sostituirsi alla realtà effettiva e concreta, per quanto siano utili e necessarie. Ne percepiamo infatti il limite strutturale. L’altro  è presenza nello spazio, è movimento, energia toccata e profumo percepito. La presenza dell’altro non può accontentarsi solo della vista e dell’udito..

E’ quindi un momento assolutamente particolare. Ovviamente ci sono molte buone ragioni per essere a disagio, anche per il limite di spazio vitale disponibile, eppure vediamo come ad una essere posto in dubbio per molti non sono solo le cose pratiche della vita, che sono in questo tempo limitate, ma piuttosto parti della propria identità.

La nostra identità, ovvero chi diciamo di essere, si crea e si modifica lungo tutto l’arco della vita, pur con intensità diverse, proprio a causa dalla relazione con gli altri, inoltre è mediamente dinamica, si adatta e cambia, pur mantenendo delle costanti fondamentali, secondo le circostanze vissute, per esempio a casa non siamo gli stessi che al lavoro.

Per dirla sinteticamente non esiste l’Io senza il Noi.

Solo che il Noi ì“Il prossimo” oggi è diventato “Prossimale”, ovvero un qualcuno più pensato  che incontrato, più progettato per il futuro piuttosto che un individuo con il quale si condivide il presente.

Limitare la disponibilità relazionale ha quindi inevitabilmente delle ricadute sulla nostra identità, talvolta anche patologiche innescando così smarrimento, ansia, depressioni, dipendenze, crisi coniugali ed esistenziali.

E’ così, oltre magari alla noia o alla preoccupazione per il lavoro, in molti si trovano bloccati con sé stessi. E non è detto che sia una bella compagnia perché in assenza del Noi è comunque non completa..

J. P. Sartre diceva: “ Se sei triste quando sei da solo, probabilmente sei in cattiva compagnia”.

Dicevamo che l’Io non esiste pienamente senza il Noi e che per sua natura è dinamico.

Oggi invece ci dobbiamo accontentare di un Io maggiormente statico, che trae beneficio dal percorso di vita  sin qui fatto e che può nutrirsi principalmente solo di quello che è già stato.

Se abitare sé stessi oggi  è fonte di disagio significa che ciò che avevamo acquisito di noi prima del distanziamento era per certi versi limitato, incompleto se non addirittura falso.

Per questo, già da ora, è scoccato il tempo della verità. La verità di chi siamo s’impone, non ci sono fughe anestetizzanti. Ci siamo noi. L’atteggiamento di chi continua a proiettarsi oltre il distanziamento ( anche se è legittima la speranza della normalità, ovviamente) può produrre frustrazione ma anche curiosità.

Nella vita ordinaria, essendo l’Io molto dinamico, alcuni suoi aspetti, sia luminosi che tenebrosi, possono essere mascherati, correre via senza essere visti. La staticità di questi giorni ,unita alla curiosità, ci prepara allo stupore della scoperta che può permettere di ampliare la conoscenza che abbiamo di noi stessi.Così questo non sarà stato solo un tempo sospeso e passivo ma anche creativo e fondativo.

SOLITUDINI. NON SEMPRE SERVE SCAPPARE

Beata solitudo Sola Beatitudo.

Beata Solitudine Unica Beatitudine.

Questo era un motto latino che, con un gioco di parole, voleva esprimere l’importanza di una solitudine viva, sorgente di benessere e di nuovo equilibrio.

Eppure, per molte persone, la solitudine è motivo di sofferenza, non di beatitudine.

E non sanno come superarla.

Attorno a noi notiamo persone particolarmente predisposte alla creazione di rapporti significativi con gli altri, mentre altre li vivono con disagio. E’ certamente un tratto del carattere avere una maggior predisposizione a creare legami ma non tutto dipende da quello. Come si abita la propria interiorità è determinante in questo.  Evidentemente poi esistono delle solitudini patologiche ma non è l’intento di questo articolo approfondirle. Scriverò piuttosto di socialità, della capacità di stare assieme e di come poterla migliorare.

Socializzare infatti è un arte e se non è spontanea può essere comunque appresa e migliorata.

Viviamo in un mondo connesso nel quale, a portata di click, le persone facilmente possono interagire tra loro eppure, oggi come non mai, molti vivono una solitudine che prima o poi si può trasformare in un vero e proprio isolamento percepito.

Le grandi strutture ed istituzioni che precedentemente avevano garantito la strutturazione del concetto di comunità sono nei fatti collassate su sé stesse e molti hanno dovuto cercare delle alternative, solo che non sempre si sono rivelate pienamente soddisfacenti.

Pur offrendo molte opportunità relazionali, per esempio, lo spazio web permette talvolta la creazione di rapporti virtuali che non si trasformano in incontri veri e propri, relegando così le persone nella rete. Si ha allora l’illusione momentanea di essere assieme a qualcuno; spesso però questo qualcuno sparisce così velocemente come era apparso..

Il mondo del lavoro inoltre acquisisce sempre maggiori dinamiche competitive interne per cui il collega più che un alleato che può anche diventare amico ma viene percepito come un competitor.

Anche la stessa difficoltà ad accedere al mondo del lavoro fa percepire le persone come escluse e non adeguate, quindi sole.

Sembra una descrizione sociale a tinte scure; eppure si possono anche notare dei segni di rinascita che si spera possano diventare sempre più coinvolgenti. Le persone sanno ancora fare gruppo, costituirsi comunità, specie dinanzi a crisi sociali e naturali.

Tutti abbiamo davanti agli occhi alcuni gesti d’altruismo e di pro-socialità riportati dai media che ricordiamo come ammirevoli, penso ad esempio alla generosità dei tanti che si sono impegnati in prima persona per le ricostruizioni a seguito dei terremoti che hanno ferito la nostra nazione o ai tanti, giovani e non, impegnati nel volontariato.

Dinanzi alle necessità e alle sfide percepite come comuni sappiamo aggregarci e tirar fuori il meglio di noi per il solo fatto che c’è una motivazione esterna, laterale alla socialità.

Molti oggi osservano le persone perse (o meglio schermate, protette) dentro ai loro smartphone. Molti docenti ed educatori sottolineano come sia diventato particolarmente complesso interagire con i giovani, parlare con loro, sentire le loro opinioni.

Alcuni poi raccontano come effettivamente sia complesso incontrare persone nuove per stabilire rapporti duraturi.

Apparentemente siamo più soli.

Ma la realtà è che è sono solo cambiati i criteri d’accesso alle relazioni. Rispetto ad altri tempi non esiste più la socialità fine a se stessa. Stiamo assieme tendenzialmente solo per un motivo comune (anche virtuoso), meglio se esplicitato nelle intenzioni.

In altre epoche ci s’incontrava solo per il fatto di appartenere allo stesso gruppo, alla stessa comunità, al medesimo quartiere o paese. Ci si conosceva da generazioni. Si vivevano gli stessi ambienti e le possibilità erano comunque minori.

Il crollo dell’appartenenza comunitaria, la mobilità disponibile e la difficoltà ad aderire a strutture relazionali ed istituzionali totalizzanti, dopo il disincanto attuale, creano un appartenenza meno scontata e ora doverosamente scelta o meno.

Per questo una buona socialità prevede una sana (beata) solitudine; in quel momento, precedente alla relazione, possiamo definire noi stessi, i nostri valori, obiettivi e scopi e così entrare poi in contatto con l’altro da sé con le giuste motivazioni ed energie.

Questo tipo di solitudine è necessaria. E’ la solitudine di chi sta pensando, rielaborando e capendo. E’ la solitudine di chi entra in sè stesso, nella propria mente e cuore, e contempla i cambiamenti che la vita ha operato nella propria visione del mondo.

E’ la solitudine di chi poi sa incontrare l’altro avendo coscienza di sè.

E’ la solitudine di chi vuole guardarsi attorno e consapevolmente scegliere se aderire a qualcosa o a qualcuno, anche nei modi e nei tempi.

Senza questa solitudine precedente si procede a caso; magari può risultare comunque efficace ma, quando così non accade, i lividi lasciati da un approccio fortuito alle relazioni possono divenire rilevanti e anche difficili da sanare.

CRISI RELAZIONALE: COME NON ABITUARSI

L’essere umano ha un carattere decisamente relazionale.

E’ evidente come alcune persone siano maggiormente a proprio agio di altre nel gestire i rapporti umani, specie quelli affettivi, eppure tutti, in una qualche misura, sono in relazione con qualcun’altro.

Anche le persone che scelgono un isolamento piuttosto rigido hanno comunque da misurarsi con l’altro.

Per certe persone il riconoscimento, l’affetto esplicito e la vicinanza degli altri sono la conditio sine qua non per essere felici; altri invece sono più concentrati alla loro vita interiore, sulle emozioni che provano e sulle idee che perseguono per cui i rapporti umani- pur necessari – sembrano avere un ruolo vagamente più marginale per la ricerca del proprio benessere.

Siamo diversi. Essere in relazione con qualcuno può avere dei significati e dei tempi richiesti davvero molto variabili a seconda degli attori coinvolti.

Da questa diversità d’approccio alla vita e ai rapporti umani nascono spesso delle tensioni; anche perchè talvolta si rimane affascinati proprio dall’altro da sé, ovvero da qualcuno che ha marcate caratteristiche relazionali alternative alle proprie.

Il motivo per cui ciò accade è facilmente intuibile: in certe circostanze siamo portati a sviluppare conoscenze a noi quasi del tutto mancanti che vengono riconosciute nell’altro. E un modo inconscio che usiamo per “diventare di più” e per crescere così in ciò che percepiamo assente in noi.

Solo che talvolta, proprio questa diversità, da fonte d’attrazione diventa nel tempo origine di repulsione. Se si vive comunque il desiderio di rimanere della relazione occorre agire prontamente.

In questi casi infatti occorre mettere in atto la propria capacità di miglioramento e d’evoluzione interiore.

Riconoscere la propria fragilità (esattamente quella che ha fatto incontrare l’altro significativo rendendolo speciale) e renderla più solida, senza tradire sé stessi. Magari reciprocamente.

Per farlo, oltre che alla volontà personale, è assolutamente necessario l’accompagnamento psicologico in quanto, attraverso gli strumenti e le tecniche diagnostiche proprie della disciplina, ci si può concentrare sugli aspetti rilevanti e sui nodi irrisolti (talvolta negati o allontanati dalla coscienza) mettendo così in atto un percorso evolutivo che non disperda le proprie energie e che così permetta il miglioramento di sè.